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Acquedotti

Tra le opere più grandi e vistose lasciateci dai Romani, sicuramente ricordiamo gli acquedotti. Gli acquedotti vengono ideati a Roma nel V sec. a.C. perché ormai la fornitura idrica dell'Urbe, che fino ad allora si affidava al Tevere o ai pozzi, non era più sufficiente.

Roma si stava trasformando in una metropoli, quindi si decise di costruire un acquedotto che collegasse una sorgente e portasse l'acqua fresca nell'Urbe. Con il passare dei secoli ne vennero costruiti altri di maggior portata.

In totale c'erano undici acquedotti, che trasportavano ogni giorno nell'Urbe oltre 1.000.000 di metri cubi d'acqua percorrendo in totale oltre 400 Km di condutture.

La cosa interessante da precisare è che quando pensiamo ad un acquedotto romano, ci immaginiamo alte strutture ad archi sorrette da pilastri, ma in realtà la maggior parte del tragitto era effettuato sotto terra, in canali appositi, e solo in pochi casi gli acquedotti uscivano allo scoperto: per esempio per superare un fiume, o per portare l'acqua oltre una pianura.

Dietro la costruzione di un acquedotto gravitano una serie di problemi, che gli ingegneri romani hanno saputo perfettamente risolvere: come ad esempio la forza motrice dell'acqua. L'acqua non si sposta da sola! E' necessario un "motore", e i romani ne trovarono uno veramente "economico" e cioè la forza di gravità. Gli ingegneri avevano intuito che sarebbe stato sufficiente dare una certa pendenza all'acquedotto, e poi la forza di gravità avrebbe fatto tutto il resto, così capirono che un'inclinazione del 25%, in media un metro di pendenza ogni chilometro, avrebbe fatto scorrere l'acqua senza problemi fino alla città.

Inoltre, bisognava saper scegliere la sorgente giusta, in modo da far defluire una giusta quantità d'acqua tutto l'anno senza periodi di secca e periodi di piena.

Principalmente, la parte sotto terra è un canale di forma variabile dall'ovale al rettangolare, e l'interno era sufficientemente grande per il passaggio di una o due persone, il condotto è fatto di pietra, locale opportunamente impermeabilizzato con la calce idrica.

Il percorso di un acquedotto talvolta doveva passare su fiumi o pianure, e per permettere il passaggio della tubatura, era necessario costruire una struttura di sostegno (aquae pensiles). L'esempio più famoso è il ponte-acquedotto sul fiume Gard nell'attuale Francia, che riforniva la città di Nemasus (l'odierna Nimes). Qui si vedono i tipici elementi dell'acquedotto, sul quale nel primo ordine di arcate passava anche una strada (doppia funzione della struttura).

La realizzazione iniziava con l'edificazione dei pilastri, che erano formati solitamente da grossi blocchi di tufo, sopra ai quali si iniziava la costruzione degli archi. Gli archi si costruivano grazie alle "centine", ossia strutture di legno, che tenevano insieme le pietre dell'arco fino alla chiusura della volta con la cosiddetta "chiave". Una volta edificata la prima arcata, si procedeva alla costruzione di una seconda arcata più stretta, e composta da blocchi di pietra più piccoli. In cima alla seconda arcata, era costruita la vera e propria conduttura, la struttura che la conteneva era in laterizio per essere più leggera, e l'interno era impermeabilizzato naturalmente con lastre di pietra e calce idrica (resistente all'acqua).

Interessante da notare è come gli ingegneri avessero pensato proprio a tutto, anche al vento. Infatti il vento che soffia contro un acquedotto applica una certa forza, che sarebbe capace anche di distruggerlo facendolo cadere su un lato, se non ci fossero gli archi che permettono all'aria di passare oltre, offrendogli poca superficie d'azione.

Naturalmente gli acquedotti avevano degli "estremi", infatti se da una parte c'era la sorgente, dall'altra c'era molto probabilmente una cisterna. Esistevano due tipi di cisterne, quelle in muratura costruite spesso in città, o nei dintorni, e le cisterne scavate nella roccia che stavano spesso "incassate" nelle colline. Le cisterne quindi servivano a contenere l'acqua, ma anche come bacini di sedimentazione.

Domus

In origine, la casa dei patrizi (così erano chiamati gli aristocratici romani) era una costruzione piuttosto elementare. Attraverso l'atrio, sul quale si aprivano altre stanze, prive di finestre, si entrava nel giardino rettangolare, delimitato da un colonnato (peristilio).

Nell'atrio la luce penetrava da un'ampia apertura sul soffitto, sotto alla quale era posta un grande vasca, destinata a raccogliere l'acqua piovana (impluvio). Qui, era situato un tempietto, dove erano poste le divinità del focolare: i Lari ed i Penati. Inizialmente, accanto ad essi, veniva alimentato dalla matrona il fuoco sacro, che non doveva mai spegnersi, pena l'ira degli dei.

Dopo l'atrio solitamente si trovava il tablinum, ossia una stanza nella quale si ricevevano gli ospiti.

Vi era un piano di fondazione, sul quale veniva costruito un secondo pavimento, sostenuto da mattoni. Si creava, così, un'intercapedine vuota, comunicante con una caldaia esterna, che, nella stagione invernale, riscaldava il pavimento e gli ambienti.

La stanza da pranzo, il triclinio, era uno degli spazi più vissuti della casa romana. Vi era uno o più tavoli, intorno ai quali venivano posti tre divani. Nelle dimore signorili, vi erano più di una sala da pranzo.

Grandi e spaziose, le case romane erano dotate di acqua corrente, calda e fredda, riscaldamento centrale, vetri colorati e decorate con mosaici ed affreschi variopinti, e statue.

Da notare è che tutte le finestre erano rivolte verso l'interno della casa.

La domus possedeva inoltre una seconda uscita di servizio detta posticum.

Esistevano inoltre le case di campagna per il riposo, chiamate villa urbana se erano nei pressi della città, e villa suburbana se lontane dalla città, e mantenevano anche se in piccolo, la stessa struttura delle domus cittadine.

La domus, sebbene fosse la casa dei ricchi, non aveva una grande quantità di mobilio, infatti esso era ridotto al minimo, e lo splendore della casa quindi si notava principalmente dalla quantità di marmi, statue, e affreschi. Da ricordare comunque sono le sedie, delle quali conosciamo molti tipi, come la sella o seggiola senza schienale, la sedia con schienale e braccioli (cathedra), la sedia con un sedile lungo (longa), ed il triclinium, o lettino per mangiare distesi. Tra il mobilio troviamo anche gli armadi (armarium), ed i letti (cubicula).

La domus, era la tipica casa signorile di città. Essa era strutturata generalmente su un piano e si estendeva in largo occupando talvolta un intero quartiere. L'entrata si trovava generalmente su uno dei due lati più corti. Dall' entrata si passava all'atrium, che era di forma quadrata al centro del quale c'era l'impluvium, una vasca per la raccolta dell'acqua piovana proveniente dall'apertura apposita nel tetto (cumpluvium). Attorno all'atrio c'erano alcune stanze adibite a vario uso, come la cucina (culina) o il lararium dove si tenevano le statue dei larii protettori della casa. Dopo l'atrio solitamente si trovava il tablinum, ossia una stanza nella quale si ricevevano gli ospiti.

Superato il tablinum, si accedeva al peristilium, cioè un giardino circondato da un colonnato sotto il quale c'erano le porte che davano alle camere da letto (cubicula), ed al triclinium ossia la sala da pranzo.

Talvolta alcune domus avevano anche piccole fontane o statue al centro del giardino, e possedevano un altro peristilium adibito a piccolo orto attorno al quale si sviluppavano altre stanze.

Insula

L'insula è il tipico esempio di casa popolare.

Questi edifici nascono a Roma con la necessità di costruire tanto in poco spazio, visti gli alti costi delle terre.

Infatti le insule sebbene occupassero molto spazio, anche interi quartieri, potevano tenere molte famiglie, proprio perché si sviluppavano in altezza circa fino a sei piani.

Al piano terra si trovavano in appositi spazi i negozi, le taverne (tabernae) e le botteghe, i "bar" (termopolium) dal piano superiore in poi solo appartamenti, di varie dimensioni.

L'insula, al centro, solitamente aveva un cortile con del verde e una fontana che riforniva gli inquilini. Generalmente, al contrario di oggi, le persone più ricche abitavano al piano terra, mentre quelle meno abbienti nei piani più alti. Difatti ai piani superiori mancava un accesso diretto all'acqua, erano più scomodi per via dell'altezza, e anche più lontani dalle uscite in caso di incendi, cosa frequente dato che le fiamme erano usate libere.

Da dire anche che, talvolta, l'edilizia privata era in mano a speculatori, che risparmiavano, sui materiali di costruzione, tanto che, talvolta si verificavano dei crolli.

Il mobilio tipico della casa plebea è molto semplice, troviamo principalmente: le cassepanche (capsa) usate per conservare sia vestiti che oggetti, dei piccoli letti (cubicula), qualche sgabello (scabellum) per sedersi, e un tavolo.

Il teatro

L’edificio scenico

Il teatro ci si presenta, oggi, come una delle più originali e feconde realizzazioni dell'architettura romana; eppure, i Romani cominciarono a costruire veri e propri edifici teatrali (cioè, in muratura) soltanto nel 30 a.C., mentre prima di questa data le strutture che ospitavano gli spettacoli erano provvisorie, di legno e appositamente costruite per i diversi eventi, spesso erette nel circo o davanti ai templi di Apollo e della Magna Mater.

I primi teatri "stabili", comunque, riproducono più o meno la struttura dei teatri greci, anche se con alcune importanti modifiche.

La passione dei romani per generi di spettacolo molto importanti e "ingombranti", rese ben presto necessaria la creazione di luoghi adeguati che potessero ospitarli.

Tale necessità è evidentemente all’origine della ideazione e costruzione degli Anfiteatri il cui maggiore esempio è per tutti l’Anfiteatro Flavio (Colosseo).

Il teatro romano di età augustea e imperiale, così, a differenza di quello greco, si presenta come edificio a pianta semicircolare, costruito su terreno pianeggiante (non appoggiato su un declivio come quello greco), chiuso da mura perimetrali di uguale altezza che collegano la "cavea" (le gradinate per gli spettatori) con la scena monumentale di struttura architettonica, dinanzi alla quale si apre il palcoscenico ("pulpitum"), basso ma profondo (nel teatro greco, invece, fino al IV sec. a.C. non esisteva palcoscenico, e gli attori agivano, insieme col coro, nell'orchestra circolare).

Questa forma "chiusa" rendeva possibile anche la copertura dell'intero edificio con un "velarium", per riparare gli spettatori, prefigurandosi chiaramente come il prototipo dell'edificio teatrale moderno.

Le scene

Le notizie relative alla scenografia romana si basano principalmente sulle testimonianze di Vitruvio. Da queste, sembrerebbe che il teatro romano, almeno all'inizio, non presentasse una scenografia molto complessa, e che fossero piuttosto gli attori ad evocare, con i loro dialoghi, ambienti e circostanze diverse.

Di sicuro, comunque, gli elementi scenografici sempre presenti erano:

1. il "proscenium", in legno, che comprendeva ciò che noi oggi chiamiamo propriamente "scena", ossia quella parte anteriore, dove gli attori recitano: esso raffigurava, in genere, una via o una piccola piazza

2. la "scenae fronts" (il nostro "fondale"), costituita da una parete dipinta, con un’architettura simile alla facciata di un edificio, nella quale si aprivano diversi ingressi (due o tre porte) utilizzati dagli attori: se si tiene conto dei passaggi laterali, le possibili uscite erano quattro o cinque. Comunque, mentre quelle sullo sfondo raffiguravano, per così dire, gli "interni" della vicenda, le due laterali raffiguravano, rispettivamente, quella di destra (dal punto di vista degli spettatori) la via che portava al foro, quella di sinistra la via che portava al porto (i due luoghi, cioè, più importanti della città, dal punto di vista rispettivamente politico-giuridico e commerciale). La convenzione teatrale prevedeva, poi, pressoché stabilmente, che dietro le case, le cui porte si vedevano sul fondale, ci fosse un vicoletto ("angiportum"), che permetteva di raggiungere le case stesse attraverso il giardino, e comunque per il retro.

3. i "periaktoi", di derivazione greca, prismi triangolari rotabili con i lati dipinti con una scena tragica su un lato, comica su un altro e satiresca sul terzo.

4. l’"auleum", un telo simile al nostro attuale sipario (attestato con sicurezza solo dall'epoca di Cicerone, e sconosciuto invece ai Greci), che consentiva di rivelare improvvisamente, lasciato cadere dall’alto, una nuova scena. Secondo altri studiosi, invece, questo "sipario" non veniva calato dall'alto, bensì sollevato dall'alto, e non veniva usato per distinguere un atto dall'altro, ma solo alla fine della commedia.

Negli anfiteatri, infine, gli effetti speciali erano realizzati spesso con l’utilizzo di macchine teatrali, anche queste di derivazione greca: uno degli effetti più sensazionali e graditi erano le scene di massa, affollate di personaggi e animali.

Gli spettatori

Il pubblico a cui il teatro romano si rivolgeva non era (a differenza di quello greco) colto e raffinato, né ancora educato agli ideali dell'"urbanitas", né tantomeno socialmente omogeneo: anzi, era prevalentemente plebeo, perché alle rappresentazioni, che erano organizzate dallo stato, potevano accedere tutti, senza alcuna distinzione sociale.

Di conseguenza, bisogna sottolineare come fosse difficile attirare l'attenzione di una simile platea, sia per la sua irrequietezza, sia perché, contemporaneamente alle rappresentazioni teatrali, venivano dati anche spettacoli di circo ed esibizioni di giocolieri: gli spettatori dimostravano preferire, insomma, l'intreccio avventuroso, i duelli verbali preferibilmente scurrili, una scena movimentata da ballerini e cantanti e, di conseguenza, policromia stilistica e polimetria.

Gli attori

Gli attori godono di un particolare seguito da parte del pubblico, ne stimolano le attese e ne accendono gli entusiasmi tanto che gli ammiratori più fanatici si riuniscono in gruppo organizzati che arrivano a denominarsi con il nome dell'attore preferito.

Le terme

I romani tra le altre cose vengono sicuramente ricordati per i bagni pubblici, il luogo di ritrovo e di incontro culturale più frequentato e ammirato delle grandi città.

Infatti, come disse uno storico "fecero dell'igiene un'arte".

Durante i vari secoli vennero costruite centinaia di terme in tutto l'Impero, e tutte quante rispettavano dei canoni di costruzione comuni. Erano solitamente di forma rettangolare, alimentate da grandi acquedotti ed al loro interno ospitavano una parte maschile e una femminile, ed un'area comune.

In entrambi reparti c'erano gli spogliatoi, e le tre vasche: il frigidarium per l'acqua fredda, il tepidarium per quella tiepida, ed il calidarium, per l'acqua calda.

Tutti i locali erano ben riscaldati grazie ai muri cavi e da un'invenzione romana chiamata ipocausto (ypocaustum), che consisteva in un doppio pavimento, in mezzo al quale circolava l'aria scaldata da un forno.

Un pomeriggio alle terme

I rituali potevano variare da provincia a provincia a secondo dei costumi locali, tuttavia il concetto generale era il medesimo: si trattava di un centro ricreativo polifunzionale.

La maggior parte delle terme includeva centri sportivi, piscine, parchi, librerie, piccoli teatri per ascoltare poesia e musica e una grande sala per le feste, una città nella città.

Si trovavano anche ristoranti e locande per dormire o passare alcune ore in "piacevole" compagnia.

I cittadini romani terminavano il lavoro nelle prime ore del pomeriggio e si recavano alle terme, che aprivano a mezzogiorno, prima del pasto principale.

Un tipico ciclo iniziava con ginnastica in palestra, o attività sportiva in un campo esterno, dove di svolgevano varie discipline e giochi anche utilizzando piccole palle in cuoio, o gare di lotta.

Successivamente ci si recava ai bagni attraverso tre stanze, partendo da quella con l'acqua più tiepida fino a quella con l'acqua più calda.

Si entrava nel tepidarium, la stanza più grande e lussuosa delle terme: qui si rimaneva un'ora e ci si ungeva con oli ed emulsioni della pelle.

Poi si andava nel calidarium. Si trattava di stanze più piccole, generalmente costruite sui lati della sala da bagno principale.

Infine ci si recava nel laconicum, la stanza finale più calda, riscaldata con aria secca ad altissima temperatura.

Dopo la pulizia del corpo e i massaggi, si faceva una nuotata nella piscina (detta natatio) del frigidarium.

Successivamente, ristorati e profumati, ci si recava nelle altre aree delle terme dove si poteva leggere o partecipare ad altre attività o assistere ad attrazioni. Infatti ogni centro termale offriva attrazioni specifiche: un paesaggio particolare, una magnifica libreria, un centro sportivo di alto livello, anche se l'attrazione principale rimanevano sempre i bagni.

Durante l'ultimo periodo cristiano dell'impero fu proibito recarsi alle terme la domenica o nelle feste, mentre prima raramente venivano chiuse.

In tarda epoca cristiana, forse per l'eccessivo costo di manutenzione, forse per i mutati costumi che tendevano a non accentrare nelle terme gran parte della vita sociale, le terme vennero via via abbandonate.

La distruzione degli acquedotti da parte dei barbari ne interruppe poi definitivamente l'uso.